Da circa 20 anni anche in Italia si è diffusa una forma di copertura previdenziale che si attiva attraverso un particolare tipo di assicurazione: la polizza previdenza.

È una soluzione ottimale per tutti, lavoratori e  non lavoratori, che permette – alla scadenza del periodo di pagamento dei premi – di ottenere  una rendita rivalutata al momento storico in cui viene erogata.

In un periodo storico come quello che stiamo attraversando, con il sistema pensionistico che non garantisce, come una volta, che alla fine del lungo percorso lavorativo si ottenga quanto versato sotto forma di contributi, è un’idea da prendere seriamente in considerazione, al fine di poter dormire sonni più tranquilli per se stessi e i propri cari.

Attenzione però a non far confusione con le polizze vita. In quest’articolo affrontiamo il tema della previdenza e della previdenza complementare, con la spiegazione delle differenze tra i due tipi di copertura assicurativa.

Previdenza nazionale: tra Stato e previdenza complementare

Qualche tempo fa il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ha lanciato un’idea che ha provocato uno scossone tra i sindacati, il mondo politico e anche quello civile. Secondo il neo nominato dirigente dell’ente nazionale di previdenza, si dovrebbe pensare seriamente a creare un fondo pubblico complementare, per “Dare maggiori garanzie ai più giovani” ha dichiarato.

Perché è un’idea che ha fatto scaldare gli animi di molti? È presto detto. La previdenza complementare, lanciata nel nostro paese circa 20 anni fa, e che viene gestita da enti e soggetti di diritto privato, ci ha messo in linea coi paesi OCSE e ha permesso una maggiore democrazia in ambito previdenziale, in quanto poter scegliere tra Stato ed entità private fa parte del criterio di pluralità.

Per tale ragione, non è esattamente un’idea condivisibile quella di voler in qualche modo negare ai contribuenti la libera scelta di poter assicurare il proprio futuro attraverso forme diverse di previdenza accedendo ai fondi privati di investimento.

Inoltre, le dichiarazioni di Tridico fanno a pugni con uno dei pilastri fondamentali della previdenza statale, che si fonda sul sistema solidaristico: significa che, chi oggi lavora, sta pagando la pensione a chi è pensionato.

Diverso il discorso delle polizze complementari, in cui è il contribuente a decidere di investire il proprio denaro per se stesso.

Differenza tra polizza vita e polizza previdenza

La differenza tra i due diversi tipi di polizza è evidente: nel caso della polizza vita si sceglie di pagare premi semestrali o annuali per cautelare i propri cari in caso di decesso dell’assicurato (caso morte).

Significa che, se durante la copertura assicurativa accade un evento avverso che provoca la morte dell’assicurato, gli eredi – o la persona indicata come beneficiaria della polizza – otterrà una cifra in denaro.

Diverso il caso della polizza previdenza, che si basa sul fatto di volere ottenere un giorno una maggiore tranquillità economica, da aggiungere al rateo mensile della pensione.

Come funziona la polizza previdenza

È la massima espressione di personalizzazione di una polizza assicurativa personale, in quanto per stabilire il premio è necessario analizzare molti aspetti legati alla vita, alle possibilità e alle aspettative di rendita economica dell’assicurato.

Tra gli aspetti positivi e che rendono questo tipo di soluzione di previdenza ancor più garantita, ricordo che nel 2014 fu varato il decreto ministeriale 166/2014, in attuazione del Dlgs 252/2005, che regola le forme pensionistiche complementari e come devono essere realizzati gli investimenti finanziari per cautelare al massimo i cittadini che scelgono questo tipo di soluzione.

L’articolo 6 comma 5-bis del decreto, stabilisce le norme che vertono a limitare al massimo i rischi legati agli investimenti finanziari.

In tal modo, si hanno maggiori garanzie che il denaro investito in questo tipo di assicurazione non possa volar via a causa delle fluttuazioni dei mercati azionari e dei rischi a essi collegati.